L’associazione Brancaccio: Troppi restauri lumaca, i monumenti diventano vetrine pubblicitarie

 Chiesti chiarimenti su ventisette opere in corso di rifacimento

NAPOLI —I monumenti di Napoli si trasformano in vetrine pubblicitarie per consentire a sponsor privati di finanziarne il restauro. Ma il tempo in cui restano “impacchettati” è eccessivo. E dietro il nobile scopo di restaurare i beni storico-artistici della città sembrano celarsi profitti elevati e difetti di forma. «Ci sono voluti 8 mesi per restaurare la colonna spezzata sul lungomare – dichiara l’avvocato Gaetano Brancaccio, presidente dell’associazione Mario Brancaccio che da anni si occupa del restauro di monumenti con fondi privati, che ha denunciato anomalie e ambiguità insieme al consigliere comunale Gennaro Esposito – e ci sono voluti 6 mesi, anziché 60 giorni, per la fontana della maruzza in via De Gasperi, il ponte di Chiaia è allestito da 10 mesi, le torri aragonesi di via Marina sono diventate un’interminabile Edenlandia di pubblicità e nell’aiuola della restaurata fontana del Carciofo resta in bella vista un cartello col nome dello sponsor». Ventisette monumenti restaurati in due anni, così annunciava il progetto “Monumentando” assegnato alla “Uno Outdoor s.r.l.”, vincitrice della gara di appalto indetta dal comune di Napoli il 16 settembre del 2013 per affidare il restauro dei monumenti cittadini, per un valore di circa 3,3 milioni di euro, a una società di pubblicità incaricata di trovare gli sponsor. Che ha però dato luogo a un insanabile conflitto di interessi tra l’impresa pubblicitaria che ha lo scopo di esporre i banner pubblicitari per il maggior tempo possibile e il cittadino che ha invece l’interesse di avere lavori di restauro eseguiti bene e realizzati in breve tempo.

«Ciò che stranisce – spiega Brancaccio – è che, secondo il contratto, non esistono penali per i ritardi nell’esecuzione dei lavori, né un termine per l’approvazione della progettazione. Anzi, se la progettazione non viene accettata dal Comune e dalla Soprintendenza si viene premiati perché si riparte da zero. Quindi, l’area di cantiere, dove costruire l’impalcatura ed esporre i cartelli pubblicitari, viene consegnata prima di aver terminato i lavori preliminari, ma l’inizio effettivo può essere rimandato. Un gioco infinito per guadagnare sempre più che distrugge anche il mercato pubblicitario, perché gli introiti vengono incassati con esenzione della tassa di pubblicità e occupazione di suolo pubblico». Inoltre, non c’è tutela del lavoro svolto perché il direttore dei lavori è nominato dalla stessa società appaltatrice: «Ma ciò che stupisce – conclude l’avvocato – è che, secondo la documentazione disponibile, al bando “Monumentando” avrebbe partecipato una sola ditta. Possibile che nessuna impresa pubblicitaria abbia partecipato a un progetto così importante per la terza città d’Italia? E come ha potuto una piccola società di pubblicità locale, una srl con capitale versato di 6000 euro, come la Uno Outdoor, assumersi un rischio di impresa così alto?». Una vicenda che vede nuovamente protagonisti i tesori di Napoli, preda di interessi economici che rallentano la rinascita culturale e turistica della città.

 

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